SOPRAVVISSUTO ALLA PIATTAFORMA CHE AFFONDA IN MARE

Di Giuseppe Maimone

Era il luglio 2013, mi avviavo ormai ad uno dei miei ultimi turni. Avevo passato gli ultimi 3 anni almeno a cercare alternative lavorative a questa situazione da recluso, di vita a metà.
Fortunatamente ho sempre avuto rotazioni molto blande e per nulla regolari, ho trascorso periodi meravigliosi a casa, anche 4 mesi di fila, godendomi la libertà assoluta, una vita da pensionato in età giovane, il sogno di ogni essere umano.
Nel 2011 conobbi la mia attuale moglie e Dio volle che la sua conoscenza coincise con un mio periodo di lunga inattività a casa. Le nostre vite sono in parte disegnate dalla nostra volontà, ma in parte anche dal destino. Ripensandoci e tornando indietro a quei tempi rimango sempre sconcertato dal fatto che piccole decisioni insignificanti possano condizionare una vita intera e l’esistenza di altri essere umani.
Se non avessi mai fatto scadere volontariamente il visto di lavoro per l’Arabia Saudita, non avrei mai conosciuto mia moglie e mio figlio Daniele non sarebbe mai venuto al mondo…sono storie…destini incrociati.
Ebbene, ritorno a quel luglio 2013, la mente era abbastanza sgombra di pensieri negativi, ero fidanzato da tempo e avevo l’equilibrio mentale giusto per affrontare l’ennesimo turno in piattaforma. Erano gli ultimi turni mi ripetevo ormai da tempo, qualcosa di nuovo sarebbe arrivato. La crisi economica attuale è come una guerra, condanna gente a lente agonie, si ci ammala, si mangia male, si è psicologicamente affaticati dalle notti insonni e dalle incertezze nebulose del futuro. Io a causa della crisi economica sono finito sopra una piattaforma petrolifera, cosa che normalmente non faresti mai in situazioni di normalità, ma questa è l’italia attuale, 0 prospettive, si ci arrangia come si può.
E’ sera, stiamo spostando il cantiere via mare.Quando è così io non faccio nulla, aspetto solo il tempo del trasbordo, che può durare anche 1 settimana. Ed è proprio in quelle circostanze che si manifesta ancora più evidente l’inutilità del tuo lavoro e la condizione di reclusione, una vita artificiale che non è adatta a dei mammiferi quale noi siamo. Sveglia magari a mezzogiorno…si mangia…un po’ di palestra…i film guardati noiosamente al pc, la chat con qualche amico lontano su facebook, che non può assolutamente capire cosa stai provando, se non altri colleghi come te. A volte si ci sveglia nel cuore della notte, incapaci di riaddormentarsi, allora trascorri le notti facendo ginnastica, palestra o sorseggiando una coca cola sul helideck…
Quella sera erano le 9…un tonfo fortissimo mi sveglia, un tonfo davvero enorme, come di una torre di ferro che crolla. la mia cabina è già leggermente inclinata, capisco e immagino che qualcosa di grave sia successo, danno l’allarme, mi vesto faticosamente e prendo solo il cellulare, credendo di ritornare presto in cabina. All’esterno facce di angolani terrorizzati, tutti corrono senza una direzione precisa, il ponte è completamente allagato, non sono impanicato, una calma olimpica mi pervade, sono completamente fiducioso che le procedure di emergenza si svolgeranno in modo ordinato e saremo presto fuori di là. Quando vedo i primi feriti, penso ancora di più all’assurdità di un lavoro del genere: ti rubano tempo della tua vita per stipendi che non ripagano in alcun modo la vita persa e sprecata in quelle condizioni, in più ora vedi gente ferita….proveniente ovviamente da paesi sfortunati, dove l’asticella della sopportazione a lavori del genere si abbassa sempre di più, e che permette al prezzo del petrolio di essere sempre accettabilmente basso, garantendo utili che poi non vengono rinvestiti nelle aziende, ma bensì in dividendi per manager e finanza.
Io sono l’ultimo a salire su una scialuppa malconcia fatta in Cina. All’interno c’è un caldo insopportabile, fortunatamente sono seduto verso l’apertura centrale. Me ne sbatto delle urla degli angolani che hanno paura dell’acqua e tengo aperto tutto il tempo della traversata per poter respirare un po’ d’aria fresca. Ripenso al mio pc lasciato in cabina…ai documenti….al mio portafogli con 1000 dollari dentro…pazienza…magari torneremo a riprendere tutto.
Ci recupera immediatamente una nave appoggio della Maersk, sono danesi, mi sento a casa. Se fossimo stati lontano dalla costa e in quelle condizioni, penso che metà dell’equipaggio avrebbe avuto seri problemi di vomito e nausea pazzeschi. Io sul bordo dell’uscita invece stavo da dio….aria fresca…e paradossalmente contento perchè quel turno sarebbe finito in anticipo grazie a quel disastro…si proprio cosi…benedici un disastro solo perchè ti ha fatto uscire dal quel trabiccolo…
Ci sbarcano a Soyo e dopo 2 giorni, senza vestiti di ricambio e con un documento di emergenza arrivo finalmente a Luanda, dove in completa autonomia raggiungo l’ambasciata italiana per chiedere il mio rimpatrio. La mia compagnia mi fa subito un biglietto per tornare a casa.
La sera stessa sono già in volo per Torino…arrivo e la mia fidanzata e mia sorella mi vedono uscire dagli arrivi munito solo di un sacchettino di plastica con una maglietta di ricambio…spiegherò solo più tardi a tavola la mia storia incredibile tra le risate generali. Dopo quella esperienza feci più soltanto un altro turno e finalmente trovai un altro lavoro…questa volta normale…normalissimo…già nel dicembre dello stesso anno, lasciandomi per sempre le piattaforme alle spalle.

Privacy Preferences
When you visit our website, it may store information through your browser from specific services, usually in form of cookies. Here you can change your privacy preferences. Please note that blocking some types of cookies may impact your experience on our website and the services we offer.