IL ROBIVECCHI DEL CAIRO

“Robabecchia, becchia, becchia…”
La voce sembra essere polverosa come le strade dalle quali si leva, come se la polvere avesse avvolto anche i suoni, quella polvere onnipresente che rende i contorni incerti e i colori sbiaditi, quella polvere che chi abbia vissuto al Cairo porterà con se per sempre tra i ricordi di  questa città. Il robivecchi urla, e le sue urla si uniscono a quelle degli altri ambulanti, il venditore di pannocchie arrostite, e quello di bombole di metano, che batte ritmicamente il cacciavite sulle bombole producendo l’inconfondibile suono metallico che annuncia che il pranzo è salvo. Il carretto del robivecchi passa piano, trainato da un asinello emaciato, carico di tutto ciò che gli egiziani, popolo a cui la scuola della povertà ha insegnato a riutilizzare qualsiasi cosa, non vogliono più in casa, ma considerano haram, peccato, gettare nella spazzatura. “A qualcuno potrebbe tornare utile”, si dice, “si potrà forse riparare”, si spera; e infatti è così: sedie sfondate, tavoli con una gamba sola, elettrodomestici che hanno visto giorni migliori, cestini da bucato senza manico, tutto passa dal carrello del robivecchi, e tutto verrà riparato e comprato per pochi spiccioli da mani povere e grate.
La parola robivecchi, qui chiamato “robabechia”, ha chiare origini italiane – esattamente come altre parole di uso commune nel dialetto egiziano, come “banio” (vasca), “butagas” (fornello) o “balacona” (balcone). Questi influssi linguistici risalgono ad un periodo tanto fortunato quanto da noi poco conosciuto della storia egiziana, ossia il regno del Khedive Muhammad Ali Pascia (1769-1849), chiamato anche “padre dell’Egitto moderno”. Oltre alle numerose riforme economiche e militari, Muhammad Ali diede inizio a un’epoca di rinascimento artistico e culturale, creando dal 1820 circa un clima favorevole all’immigrazione di architetti, artisti, ingegneri ed artigiani dall’Europa meridionale, in particolare dalla Grecia e dall’Italia. Negli anni Trenta la comunità italiana di Alessandria raggiunse il picco di 55.000 persone, ed è ben noto che la splendida città mediterranea diede i natali ai poeti Filippo Tommaso Marinetti e Giuseppe Ungaretti. Forse meno nota in Italia, ma conosciutissima in Egitto e’ invece Dalida, una delle cantanti di maggior successo della storia del paese, che si chiamava in realta’ Iolanda Cristina Gigliotti e aveva origini calabresi.
Come spesso accade nella storia, le notizie riguardo alla vita dei lavoratori come il nostro robivecchi sono piuttosto scarse. Tuttavia, per nostra fortuna, molti mestieri che in altri paesi sono ormai scomparsi in Egitto non solo sopravvivono, ma hanno conservato una forma non dissimile da quella che avevano decenni o addirittura secoli fa. Alcuni moderni elettrodomestici hanno torvato posto sul carretto, ma per il resto poco è cambiato; anche il richiamo sembra essere diventato un’arte, una peculiarità di ogni venditore, quasi come ogni muezzin ha la propria intonazione per la chiamata alla preghiera. Ma non è solo avvolta nella tradizione la pittoresca figura del “robabechia”: in tempi recenti, la cultura popolare egiziana se n’è appropriata, dedicandole canzoni, richiami cinematografici e kermesse di artigianato artistico. Intanto, ignaro della possibilità di diventare un’icona pop, il robivecchi continua a passare sotto la finestra, e chiamare, come migliaia d’altri prima di lui:

“Robabecchia, becchia, becchia…”

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