ABUNA PAOLO

Di Asmae Dachan

È una giornata piovosa e la strada per arrivare a Fermo è piena di curve che salgono e scendono. L’emozione cresce a mano a mano che i chilometri per arrivare alla meta diminuiscono. So che è un incontro che cambierà per sempre la mia vita. Dopo aver letto, quasi per caso, alcuni suoi articoli e  testimonianze e aver cominciato a studiare il suo pensiero e le sue idee, adesso, a distanza di quasi due anni, sto per incontrarlo di persona. È un uomo lontano dal clamore, le cui parole, però, sanno far tremare le montagne. Incarna, in qualche modo, la mia immagine riflessa in uno specchio a rovescio. Lui uomo, io donna, lui romano di nascita e siriano d’adozione, io siriana di sangue e italiana d’adozione, lui cristiano, vicino ai musulmani, io musulmana, vicina ai cristiani.

È il 20 aprile del 2013. Sto per incontrare a Fermo Padre Paolo Dall’Oglio. L’evento ha un titolo inequivocabile: “Il coraggio del dialogo nell’inferno siriano”. Abuna (che in lingua araba significa nostro padre), come lo chiamano i suoi amici e compagni, è molto atteso. La sua è una voce fuori dal coro, che cammina controcorrente e, proprio per questo suo coraggio, è considerata scomoda dai detrattori del dialogo. Il 16 giugno 2012, infatti, il governo di Bashar Al Assad lo ha espulso dalla Siria a seguito della sua forte denuncia contro la violazione dei diritti umani da parte del regime. Ma Padre Paolo non si è arreso e non ha rinunciato al suo impegno per una Siria di tutti i siriani, di ogni etnia, religione ed estrazione sociale, contro ogni estremismo e discriminazione. In Italia ha iniziato una fitta attività di sensibilizzazione e quella di Fermo è una delle tante tappe, dei tanti incontri, per portare in Italia la voce della Siria martoriata.

Ci incontriamo nella piazza principale della città. È un uomo alto, la sua figura è quasi imponente, la sua voce forte. Davanti a me c’è il religioso, il pellegrino, ma soprattutto l’uomo che ha fondato in Siria, per amore del dialogo e della terra dei gelsomini, la splendida comunità di Mar Musa, dove cristiani e musulmani si ritirano insieme, fraternamente, in preghiera. Quando ci  presentiamo è come se una parte primordiale di me tornasse in vita dopo essere stata in attesa per anni. La mia parte siriana che parla italiano, la mia parte italiana che ha radici in Medio Oriente. La sua testimonianza è forte, le sue parole scuotono gli animi dei presenti, parlano ai cuori e alle menti di una platea sensibile e attenta, che rimane sconvolta da ciò che ascolta. Quando mi siedo al suo fianco mi parla nel suo splendido arabo dalla forte inflessione siriana e in certi momenti mi chiede come si traducano certe parole in italiano. Quarant’anni in Siria hanno fatto di lui un siriano, così come una vita in Italia ha fatto di me un’italiana. Conosce la terra delle mie origini meglio di me e sicuramente la ama di un amore viscerale, autentico. Ha convissuto con la mia gente più di me, ne conosce la mentalità e le abitudini. È uno di loro, uno di noi. Sento la sofferenza nelle sue parole, quella sofferenza che è dettata dalla consapevolezza e dall’amore del prossimo che è in difficoltà. Non si tratta solo di pietas religiosa, ma di un’umana desolazione di fronte alla tragedia del massacro in Siria e delle sue possibile conseguenze sul dialogo e la convivenza tra diversità. Piangiamo delle stesse lacrime. Viviamo delle stesse speranze.

Quando ci salutiamo promettiamo di tenerci in contatto e di fare qualcosa insieme. Da allora, non l’ho più rivisto, ma siamo rimasti sempre in contatto via mail. Tre mesi dopo, durante una sua missione ‘clandestina’ in Siria, dove era tornato per mantenere viva la sua attività di dialogo, è stato sequestrato. Era il 27 luglio 2013; sono passati quasi due anni, due anni di silenzio, un silenzio pesante e preoccupante, che pesa sulle anime e sulle coscienze di molti.

Abuna è diventato un riferimento, un simbolo, non solo per i siriani in Siria, ma anche per quelli all’estero, in particolare in Italia, sua terra d’origine. Con il suo impegno ha fatto luce sul dramma della repressione in Siria, lanciando moniti anche sul pericolo di una deriva settaria se la comunità internazionale non fosse intervenuta tempestivamente per fermare le violenze. Parole, purtroppo, inascoltate, ma risultate profetiche.

Ci siamo incontrati in Italia, ma sulla via di Damasco, dove sogno di rivederlo ancora, magari mentre sorseggia una tazzina di shay – thé – alla menta e canta con i suoi confratelli e consorelle un inno alla Siria rinata. Padre Paolo, nell’attesa, continua a parlarci attraverso i suoi libri: ‘Collera e luce’, l’ultimo che ha lasciato, con la sua testimonianza diretta sulla rivoluzione siriana e le sue   riflessioni e denunce. Il libro che però amo di più è “Innamorato dell’islam, credente in Gesù”. Aspetto il suo ritorno per chiedergli se posso parafrasare il suo titolo e scrivere il mio “Innamorata di Gesù, credente nell’islam”. So che non mi dirà di noi.

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